Quello che ho imparato dall’emergenza del coronavirus

di Erika

Sono giorni difficili, inediti, nuovi, sono giorni in cui le persone escono poco e forse hanno più tempo per pensare…

Sono giorni difficili per il nostro Paese, per chi vive al Nord poi sono giorni quasi surreali. Sapete, uno dei motivi che mi hanno portata a scegliere Milano come città “adottiva” e lasciare la mia Calabria è stato proprio quel senso di appartenenza ad un posto che non dorme mai, in continuo fermento, una città caotica, vibrante e stimolante.

È dura girare per le strade oggi, quelle stesse strade fino a pochi giorni fa tanto affollate da renderti quasi insofferente al contatto umano ed oggi pressoché desolate.
Quei giorni in cui gli spintoni tra la folla distratta e sempre di fretta hanno lasciato il posto a metropolitane vuote e vie del centro tanto deserte da far fatica quasi a credere di essere ancora a Milano.

Se penso a queste settimane mi viene in mente una sola parola: Muri.

Muri tirati su dalle persone, che hanno smesso di stringersi la mano, abbracciarsi, guardarsi negli occhi se non per una fugace occhiataccia lanciata su un bus a chi per primo accenna un colpo di tosse.

Muri mentali, i peggiori, quelli che ognuno di noi ha ormai erto nella propria testa, per la paura, rendendoci incapaci di pianificare, organizzare, sognare.

Quella di questi giorni è sicuramente la prima battuta di arresto alla leggerezza della generazione di neotrentenni come me, che per la prima volta si vede davvero costretta a rivedere il senso delle cose e le vere priorità.

Proprio stamattina leggevo le riflessioni di una famosa blogger italiana che lucidamente osservava come il coronavirus abbia totalmente rovesciato la prospettiva dei viaggiatori italiani, ad esempio, che hanno sempre data per scontata la loro posizione privilegiata rispetto alla libertà di spostarsi verso qualsiasi destinazione del mondo. Quella consapevolezza che invece oggi è messa in ginocchio dalle numerose restrizioni che provengono da Paesi lontani, troppo lontani per comprendere il senso di frustrazione di questi giorni.

Già, lontani come lontana era l’Italia fino a dieci giorni fa, lontana dal Coronavirus e da tutto quello che significa mancanza di libertà e senso di impotenza, prima che questa cosa ci riguardasse da vicino e ci costringesse a scendere da quel piedistallo dorato a cui siamo sempre stati abituati.

Lontana da quel “chiudiamo le frontiere” così facilmente inneggiato che oggi assume un sapore davvero amaro se pensiamo all’atteggiamento di tantissimi Paesi nei confronti della nostra nazione.

Lontana dagli stati d’animo di chi magari arriva in Italia per visitarla, per scappare da conflitti politici o magari di chi come la coppia dei turisti cinesi arrivati a Roma (i nostri primi casi di coronavirus per intenderci) ha messo da parte i soldi per una vita intera per realizzare quel sogno di raggiungere il nostro Bel Paese dopo la pensione e si ritrova poi, loro malgrado, ad essere additata come coppia di untori, pericolosa e dalla quale stare alla larga ghettizzando un’intera comunità cinese.

Qualche giorno fa siamo stati presi di mira dalla Francia che ironizzava sulla situazione italiana con uno spot sulla pizza al coronavirus.

Tutti ci siamo giustamente indignati, per la mancanza di rispetto verso un momento così serio per la nostra nazione, ridicolizzato come se si stesse prendendo in giro l’ennesima “figuraccia” del politico di turno.

Quanti di noi però da gennaio abbiamo messo in croce la comunità cinese, ironizzando su questo medesimo momento?

Quanti hanno smesso di andare a mangiare nei ristoranti cinesi, o girare per i loro negozi o anche solo acquistare prodotti Made in China?

Quanti muri abbiamo sempre alzato verso realtà apparentemente incomprensibili per noi, abituati alla nostra comfort zone, ad essere considerati uno dei Paesi più sicuri al mondo, a tal punto da non richiedere ai propri cittadini particolari “visti” o “autorizzazioni” per entrare in Paesi lontani per motivi turistici e di svago?

Oggi tutte queste certezze vacillano, come vacillano tutte le nostre consapevolezze in ordine alla nostra reale importanza nel mondo.

Ecco, quando tutto questo sarà passato, ricordiamoci che basta davvero un attimo per invertire i ruoli e smettiamola di guardare cose, persone o situazioni come lontane da noi, non diamo per scontato nulla, prenotare un volo, prendere un caffè, andare ad un museo, camminare per strada senza sentirsi continuamente osservati con diffidenza.

L’Italia è un Paese che nonostante le mille contraddizioni mi ha sempre resa orgogliosa e privilegiata, soprattutto rispetto a tanti altri posti nel mondo dove questa sicurezza è pressoché inesistente.

Quello che ho imparato dal coronavirus in questi giorni è proprio questo, prendiamo questa occasione per aprire la nostra mente, continuiamo a viaggiare a scoprire il mondo, ma non come farebbe un turista in cerca dell’ennesima meta da spuntare dalla propria lista.

Facciamolo come figli del mondo, un mondo che ci vede uguali, un mondo che non dovrebbe creare muri, di nessun tipo, un mondo dove quello che succede dall’altra parte dell’oceano è anche il nostro mondo e non è così lontano come crediamo.

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